La scrittrice canadese Rachel Cusk ha di recente pubblicato sul supplemento letterario del Guardian un interessante articolo sull’insegnamento della scrittura creativa, con particolare riferimento alla sua pratica nelle università anglosassoni. La Cusk, che è anche una docente, sente il bisogno di difendere sé e i suoi colleghi dal pregiudizio che tale materia non si possa insegnare. La sua argomentazione è solida; stupisce piuttosto la persistenza di quel pregiudizio proprio nell’ambiente culturale che ha dato origine a questo filone didattico. Certo, si tratta di una tradizione recente; e ancor più recente lo è da noi in Italia – il che rende molto difficile riferirsi a linee metodologiche condivise. Spesso c’è confusione anche sugli obiettivi. Si oscilla tra un tecnicismo esasperato e competitivo (che l’autrice dell’articolo condanna) e un’apertura indifferenziata alle pulsioni espressive degli allievi. Nella mia esperienza d’insegnamento della scrittura drammaturgica, ho cercato di mantenere un equilibrio tra la trasmissione di strumenti metodologici e la stimolazione e l’ascolto di istanze creative; cercando però di evitare che tale ascolto sconfinasse su un versante “terapeutico”. E’ per questo che non concordo con la seconda parte dell’articolo della Cusk, in cui afferma la necessità prioritaria di riconnettere i suoi studenti alla perduta creatività della loro infanzia; e mi dà qualche brivido la domanda cui ha chiesto loro di rispondere in classe: “How did you become the person you are?”. La therapy culture di cui parla Frank Furedi nel suo eccellente saggio Il nuovo conformismo (Feltrinelli) ci offre già un’abbondanza di palliativi al mal di vivere; la letteratura, il teatro e il cinema possono e devono stare su un altro piano. Piuttosto, una funzione che può essere svolta nei corsi di scrittura creativa, data l’accentuata importanza dell’esperienza diretta per le nuove generazioni, è quella di sviluppare il senso critico; insomma, oltre a pochi buoni autori, si possono formare molti buoni lettori e spettatori. Per fare ciò, c’è bisogno di validi maestri (e sottolineo l’iniziale minuscola), non di terapeuti.