A DISTANZA

Una lezione pirandelliana

“C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo.”

(Luigi Pirandello)

Ai miei vecchi compagni di scuola

Prima sequenza.

In casa del Prof. Nel suo studio, davanti a una webcam

Ci siete?… Ci siete?… Ci siete? Io ci sono. In un certo senso.

In che senso? – pensa il professore, mentre nota, nel riquadro in alto a destra sullo schermo, che la bocca gli si è contratta in un mezzo sorriso, falso. E rimane lì, quel mezzo sorriso, come in attesa di una risposta. Non è chiaro in che senso ci sarei, ma ormai l’ho detto, in un certo senso, e dovrei spiegarlo, ma non ci riesco, a spiegarlo, tanto per cambiare, bel modo di cominciare.

Va be’, cominciamo. Appello?

Dietro la scacchiera di pixel inerti intuisco lo sbadiglio enorme dell’adolescenza, o peggio e più concretamente i singoli sbadigli fetidi e acerbi di ventiquattro adolescenti appena tirati giù dal letto, o che addirittura sono ancora a letto, seguono lì, rigirandosi tra torbide lenzuola, sempre se la seguono, poi, la lezione delle otto, che comunque sono già passate da due minuti.

Sono le otto e zero due. Tempo di fare l’appello, ma che senso ha fare l’appello? Io vorrei fidarmi, io ho bisogno di fidarmi, di credere che dietro alle vostre telecamere spente, a questi quadratini con la sigla delle vostre iniziali, ci sia vita e perfino un po’ di ascolto. Ma almeno, o soprattutto, vita. Siete vivi?… Siete vivi?

Qualche quadratino si muove, s’anima e illumina; sbocciano sullo schermo quattro, cinque, sei piccole facce assonnate, sempre le solite. Sono sempre i soliti, pensa il professore: Baldini, Melia, Fornasiero, Lugaresi…

Qualcuno è vivo, più o meno. Molto bene. Mi fa piacere. Niente appello. Ma non ditelo alla preside, d’accordo? Alla nostra cara cosiddetta, sedicente dirigente scolastica.

Chissà perché, il professore odia la sua dirigente scolastica di un odio così pervasivo e ottundente da essere convinto che chiunque altro la detesti con pari costanza e impotente ferocia. Ma non è così. La preside, in realtà, è una dirigente scolastica come ce ne sono tante, né meglio, né peggio.

La nostra amata burocrate potrebbe trovar qualcosa da ridire. Non diamole un pretesto per esercitare il suo misero potere. Per me, siete tutti presenti. Presenti in assenza, è chiaro. E a questo punto ci colleghiamo a Pirandello. Parlare di Pirandello, continuare a studiare Pirandello, non è che una diretta conseguenza di tutto ciò.

Ma cosa sto dicendo? – pensa il professore. Non lo capisco bene neppure io. Diretta conseguenza di cosa?… Lasciamo stare. Meglio attenerci al programma. Che prevede Pirandello. Che, a dir la verità, ha già previsto Pirandello.

Avremmo dovuto finire Pirandello un mese fa, secondo il programma scolastico approvato dalla dirigente… 

Ride. 

Scusate. Scusate, è più forte di me. L’associazione tra la parola “dirigente” e quella donna… Quella faccia… 

Ride. 

È ridicolo, ma anche penoso. Parlare della nostra cara preside, o anche pensarci per un solo istante, ci fa precipitare nel cuore, nel cuore nero dell’umorismo pirandelliano. Abbiamo già analizzato il saggio “L’umorismo”, vero?… Lugaresi?…  Martedì scorso, no?… Va be’. Comunque. Ammettiamo pure che, secondo il programma scolastico, a questo punto dell’anno dovremmo occuparci della letteratura italiana dopo Pirandello, nella seconda metà del Novecento, o addirittura – pazzesco! – nei primi decenni del Duemila… Come se avesse un senso… Come se ne valesse la pena… Ragazzi. Anzi, scusate: ragazze e ragazzi. Anzi: ragazz’, con l’asterisco. Guardate qua. 

Si alza e muove la webcam, inquadrando, uno dopo l’altro, gli scaffali di una libreria a muro, fitta di volumi

Questa, vedete, è la libreria del vostro prof. Io vi sfido, ragazz’. Alliev’. Student’. Vi sfido a riconoscere, tra i libri del vostro prof, un solo titolo, un solo autore posteriori al 1936. 

Completa la panoramica sulla libreria, poi torna a sedersi, inquadrando di nuovo il proprio volto.

Allora?… Lugaresi?… Horing?… Sì, ma perché? – vi chiederete voi. Sempre se siete svegli, o sveglie, insomma svegl’, sempre se state seguendo la lezione. Il nostro prof è un reazionario, penserete voi, il nostro prof è un ignorante che non legge libri posteriori al 1936 – ma non è vero! Non c’è niente di più falso! Io ho letto e leggo un sacco di libri posteriori al 1936, nella speranza di trovarci qualcosa che Pirandello non abbia già intuito, spiegato, reso evidente e incontrovertibile prima della sua morte, nel 1936 – e poi li butto. Tutti. Senza eccezioni, finora. Nel bidone della raccolta differenziata, è chiaro, di carta inutile, imbrattata invano…  Stavamo dicendo?

Non ho una bella faccia, pensa il professore. Ho gli occhi un po’ arrossati, e si vede. E le occhiaie più scavate del solito. È che non ho dormito bene. Avrei bisogno di un caffè. Ma non sento profumo di caffè. Non c’è nessuno, di là in cucina, che sta preparando il caffè.

La letteratura italiana dopo Pirandello non esiste. Per non parlare del teatro italiano dopo Pirandello, che, se possibile, esiste ancora di meno. Siamo d’accordo?…   Perfetto. Grazie, Fornasiero. Per il segnale di vita, se non altro…  Dunque, se siamo tutti, tutte, tutt’ d’accordo, possiamo finalmente concentrarci sull’argomento di questa lezione: Pirandello. Dov’eravamo rimasti?…  Avrei bisogno di un caffè…

Eravamo rimasti a Serafino Gubbio. Sono già due o tre lezioni che avrei dovuto parlare di Serafino Gubbio, e invece ho rinviato, preso tempo, cambiato argomento… Ah, Serafino, Serafino… Quanto dolore, quanto imbarazzo. Peggio che se parlassi di me stesso. Eppure, cosa c’è di più doloroso, di più imbarazzante che parlare di se stessi?… Il professore avvicina la faccia alla webcam, o viceversa, fino a far affogare i suoi lineamenti in una macchia indistinta di carnagione grigiastra. Poi riprende una corretta distanza dalla webcam.

Insomma, tra il giugno e l’agosto del 1915, Pirandello pubblica a puntate sulla rivista “Nuova antologia” il romanzo Si gira… Protagonista e narratore del romanzo è un personaggio il cui nomignolo è proprio “Si gira”. Perché il suo mestiere, con cui viene completamente identificato, consiste nel girare, per ore e ore, la manovella di una macchina da presa. Serafino Gubbio è, insomma, un operatore cinematografico, uno dei pionieri dell’industria del cinema allora agli albori. Pensate, ragazz’, alla straordinaria modernità, direi attualità di Pirandello, non solo riguardo all’ambientazione e al tema del romanzo, il che è ovvio, ma anche e soprattutto… Se pensate al protagonista… Alle sue caratteristiche, o meglio alla sua assenza di caratteristiche… ma quanto ci assomiglia, eh? Serafino Gubbio!

Hai esagerato, dice nella sua testa il professore. Hai alzato la voce, così sembri matto, mentre hai solo dormito male e devi trovare il modo per dare una risposta al tuo bisogno di caffè. Una pausa? Alle otto e zero otto? Non parrebbe giustificata.

L’anno successivo, 1916, il romanzo viene ripubblicato in volume, con lo stesso titolo; poi, nel 1925, con il nuovo titolo Quaderni di Serafino Gubbio, operatore. In nessuna di queste versioni, peraltro sostanzialmente identiche, si parla di caffè. O meglio: sì, qualche volta ricorre la parola “caffè”, ma mai associata a una forte connotazione emotiva, a quel bisogno di caffè che non so voi – probabilmente anche voi – comunque sicuramente io provo a quest’ora del mattino, se non ho ancora preso il caffè. Ecco. E così abbiamo fatto un collegamento. Uno di quei cosiddetti collegamenti tra materia di studio e vita reale per cui va pazza la nostra beneamata preside.

Si gira di scatto, il professore: gli sembra di aver sentito un rumore, da qualche parte tra camera da letto e cucina. Ma è lui stesso ad aver fatto rumore, girandosi di scatto.

Non c’è nessuno. Nessuno! Vero?… Avete visto qualcuno, o l’ombra di qualcuno, passarmi dietro?… Una donna dai capelli color del rame?… Cioè rossi, Horing, nel caso tu non lo sapessi, ma di un rosso specifico, particolare, quello appunto del rame, ci sono tante parole, ragazz’, per definire le diverse tonalità e sfumature del rosso… Comunque, se avete visto passare qui dietro una donna dai capelli ramati, slanciata, fiera, ferina – be’, non c’è niente di strano: è mia moglie.

Finisco sempre per parlare di mia moglie, pensa il professore. Ciò non è professionale.

Toccherebbe a lei stamattina preparare il caffè per tutti e due, sarebbe il suo turno. Lei è un’attrice – ve l’ho già detto, no? – farebbe l’attrice di professione, ma è anche una moglie, tutto sommato, la mia. Comunque tutto ciò non vi riguarda, mi sono confidato anche troppo, torniamo a Pirandello, che è meglio. Dunque. Il riassunto. Voi adesso vi aspettate che io faccia il riassunto di Serafino Gubbio – eh?… Magistrali?… Rispondi!

Devi stare calmo, si dice il professore. Cerca di stare più calmo.

E va bene, Magistrali non risponde, e chi lo può biasimare, accoccolato com’è al riparo della sua videocamera spenta, intorpidito tra le torbide lenzuola di un lettone, con in mano una tazzona di caffelatte fumante preparata da mammà, e magari spiaccicato sul ventre c’ha un orsetto di peluche della sua infanzia: lo capisco. E capisco che in queste condizioni, per non turbare questo magico equilibrio, gli farebbe comodo, vi farebbe comodo, per non affaticarvi gli organi preposti al pensiero, un bel riassunto. E per non fare nemmeno la fatica di cercarlo su internet, vi farebbe ancora più comodo che ve lo facessi io, il riassunto di Serafino Gubbio, come se non vi avessi mai detto, e qualche volta urlato, quello che penso dei riassunti, di tutti i riassunti!… Devo stare calmo. Sono calmo. E con molta calma vi ricordo che la trama, in Pirandello, non conta nulla. 

Si alza. Esce dall’inquadratura. Passano alcuni secondi. Si sente il rumore dei suoi passi. Torna a sedersi davanti alla webcam.

Stavamo dicendo?… Ecco. Visto? Anche Pirandello fa così: spezza, interrompe, sospende e riprende, da un altro punto, si muove avanti e indietro nel tempo e nello spazio, ma soprattutto non conclude. Non conclude. E se veramente non conclude, forse allora siamo autorizzati a pensare che non ha mai cominciato. Mi sono spiegato?

No. Non mi sono spiegato, ed è chiaro che non capiranno nulla, se vado avanti così. A parlare senza pensare, perché in realtà sto pensando a lei. Soltanto a lei, ai suoi capelli ramati.

Dunque, chiaramente, non vi farò alcun riassunto dei Quaderni di Serafino Gubbio. Che si chiamano, appunto, “quaderni”, riflettendo la struttura episodica, diaristica, sfuggente, evasiva e frammentaria di questo romanzo che non è un romanzo, ma molto di meno – e molto di più. Ma questo non vuol dire che non si possa analizzare. Io infatti adesso, senza passare dal riassunto, procederò all’analisi, secondo un metodo mai sperimentato prima, che sto inventando in questo preciso momento… 

Si alza di scatto. Va verso la libreria, esplora con le dita un paio di scaffali. 

Dov’è?… Dov’è?… Ma dove l’ho messo? 

Trova il libro che cerca. Torna alla scrivania, si siede. Avvicina la copertina alla webcam. È un’edizione economica dei Quaderni di Serafino Gubbio, operatore. La tiene in vista per qualche secondo. Poi torna a inquadrare il proprio volto.

Pronti, pronte, pront’ per l’analisi? Ok. Ditemi un numero a caso, tra 43 e 277. Forza! Atzeni?… Ok. 159. Pagina… 159. Adesso la riga. Un altro numero… Lugaresi… No, Cozzi. 11. Ecco qua. “Penso che mi farebbe comodo avere un’altra mente e un altro cuore. Chi me li cambia?”…  Che dire? Come analizzare questa frase?… Io la analizzerei anche, non è difficile, in fondo è il mio mestiere, ma è del tutto inutile spendere tanta energia nell’analizzare, se non ho la vostra piena attenzione, o almeno un po’ d’attenzione – mentre è chiaro, lo vedo benissimo che state pensando ad altro. A cosa state pensando? Eh?… Magistrali, Antonelli, Lugaresi, e perfino Civinini?… State pensando: ma la moglie del prof? L’attrice, non famosa ma comunque attrice, dove sarà finita? Dove?…

Il professore sospira. Il suo sospiro è stanco, appesantito. Pensa: qui ci vuole un collegamento. Ci starebbe davvero bene un…

Collegamento! Per la gioia della nostra amata preside, è il momento di fare un bel collegamento. Al seguente argomento: “La figura femminile in Pirandello”. 

Scoppia a ridere. Poi si ricompone. 

Scusate. Scusate. Era una risata difensiva. In realtà il vostro prof è preoccupato. Sono molto preoccupato perché, per colpa della mia smania di fare collegamenti, mi sono collegato a un argomento scivoloso, insidioso, pericoloso di questi tempi – che tempi? I tempi vischiosi, mollicci, cacofonici e sgrammaticati del “politicamente corretto”, car’ i/le mie/i ragazz’. Sicché devo stare molto attento a non farvi nemmeno lontanamente supporre che la mia personale e professionale visione della donna coincida, o comunque abbia qualcosa a che fare con la visione della donna di quel fascista di Pirandello. Sì, perché Pirandello – ve l’ho già detto, no? – era un fascista. Ma non un fascista così, per modo di dire: era proprio un fascista fascista. E non c’è niente di male. A dirlo.

Che mattina di merda. Mi sto compromettendo. Non ho mai detto cose così compromettenti, cioè così vere, e più parlo più diventano vere le cose che dico, e a ogni frase aumenta il rischio di denuncia, sospensione, licenziamento o peggio – ora basta! Devo tutelarmi. Non posso immolarmi sull’altare della verità. Così pensa il professore, mentre sfoglia con aria assorta e professionale la sua copia di Serafino Gubbio, come se stesse cercando un brano da citare ai suoi allievi; sta prendendo tempo, in realtà, per escogitare una via d’uscita dal tunnel di verità in cui si è infilato. Una pausa, una pausa, l’unica salvezza è proclamare una pausa – ma come faccio, già a quest’ora? Devo giocare d’astuzia.

“L’incesso dell’esile, elegantissima persona, con un che di felino nella mossa dei fianchi; il capo alto, un po’ inclinato da una parte, e quel sorriso dolcissimo su labbra fresche come due foglie di rosa, appena qualcuno le rivolge la parola; quegli occhi stranamente aperti, glauchi, fissi e vani a un tempo, e freddi nell’ombra delle lunghissime ciglia…” Ecco. La riconoscete, no, ragazz’? Questa è la descrizione di una tipica figura femminile pirandelliana, categoria “donna fatale”, donna che porta “lo scompiglio e la morte”. Un’attrice, naturalmente. E come se non bastasse, per un sovrappiù di esotismo seduttivo, un’attrice russa. Varia. Varia Nestoroff. Sentite, come suona bene? Varia Nestoroff. Un nome evocativo, musicale e simbolico al tempo stesso, come tanti altri nomi nei romanzi, nei racconti, nelle opere teatrali di Pirandello, per esempio… Per esempio?… Lugaresi: un esempio?… No, no, sta’ zitta, Atzeni, voglio sentirlo da Lugaresi…  Eppure ne abbiamo parlato più volte, e anche martedì scorso, della nomenclatura onomatopeica pirandelliana – ma insomma, cos’avete stamattina?… Vi trovo ancora più spenti, opachi, scarsamente reattivi del solito… Avete bisogno di una pausa? Eh?…  Ok. Eccezionalmente, solo per oggi e perché me l’avete chiesto voi, vi concedo una piccola pausa. Tra cinque minuti – cinque! – riprendiamo da Varia Nestoroff.

Che colpo d’astuzia! Sono stato davvero astuto – si complimenta da sé, mentre spegne videocamera e microfono, il professore.

(Continua.)