L’amara lezione della Paolo Grassi

“Che cosa è successo alla Paolo Grassi?”. Davide Pansera si assume il difficile compito di riassumere le tappe principali di una crisi complessa, che ha investito tra il luglio e l’ottobre ’09 una delle più importanti scuole di teatro italiane e il cui esito risulta davvero di difficile interpretazione per chi non l’abbia vissuta dall’interno. Lo fa in un articolo assai ben documentato, sul sito di ateatro. Sono stato coordinatore del corso di drammaturgia di quella scuola e in larga parte condivido la ricostruzione dei fatti di Pansera; ritengo però che lasci in ombra alcuni errori commessi da noi docenti e dagli studenti nel corso del duro confronto con la Fondazione delle Scuole Civiche, da cui la Paolo Grassi dipende. Tali errori (di cui mi sono assunto una parte di responsabilità rinunciando al mio incarico) sono stati di merito e di metodo. Nel merito: abbiamo sostenuto la ricandidatura del direttore uscente Maurizio Schmidt, che dopo due anni di mandato non era stato confermato, con una decisione legittima, ma repentina e non formalmente giustificata; ma soprattutto abbiamo chiesto di avere voce in capitolo sulle prospettive della scuola, alle prese con l’esigenza di integrarsi maggiormente con le consorelle della Fondazione (Cinema, Musica, Lingue) – il che crea preoccupazioni sulla sua futura autonomia – e di riformare la propria struttura didattica per adeguarsi a un progetto di parificazione con le università. Purtroppo, e malgrado le intenzioni dello stesso Schmidt, la battaglia sul suo nome ha “rubato la scena” all’altra; sicché la sconfitta della sua candidatura ha inevitabilmente coinciso con una sconfitta collettiva, togliendoci ogni margine di manovra per interloquire con la Fondazione. Nel metodo: la protesta è stata altamente spettacolarizzata (documenti inviati alle istituzioni cittadine, raccolte di firme, “festival delle preoccupazioni”, presidi e manifestazioni), ma ai toni accesi non corrispondeva un’adeguata consapevolezza della propria condizione. Chi sta fuori dalla Paolo Grassi si chiede, perplesso, che cosa mai sia successo laggiù, dato che la perentoria visibilità delle iniziative da noi prese lasciava presupporre passi ulteriori, concreti e radicali, mentre alla fin fine l’attività scolastica è ripresa regolarmente. Il punto è che l’ipotesi di uno sciopero o di un’occupazione non è mai stata seriamente in campo. Il corpo insegnante è in larga parte precario e disomogeneo. Gli studenti sono per lo più di estrazione medio-borghese, scarsamente politicizzati e precipuamente interessati – com’è comprensibile – ad avviare le proprie carriere individuali. Nulla d’immorale, in tutto ciò; ma è stato uno sbaglio alzare i toni senza tener conto della nostra effettiva debolezza. E’ infatti debole una comunità in cui non si possono mettere a rischio gli interessi singoli per ottenere un obiettivo condiviso. E se alle parole – magari belle e ben dette – non seguono i fatti, si finisce per perdere credibilità e diventare ancora più deboli. La mia speranza per la Paolo Grassi è che vi si recuperi il filo di una dialettica interna sobria e sensata. Ma l’amara lezione, utile anche per altre analoghe situazioni, resta: nella tutela della dignità e dell’autonomia del lavoro culturale, il primo nemico da battere è sempre la tentazione della retorica.

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