NNN

Debutta il 24 di questo mese al Lachesi Lab di Milano Never Never Neverland, nuova creazione del Teatro delle Moire, con il quale ho collaborato per la prima volta come dramaturg. E’ stata un’esperienza bella e pure avventurosa, dato che nel mio percorso precedente la parola teatrale aveva sempre avuto un ruolo predominante, mentre nel lavoro delle Moire, centrato sul corpo e sull’immagine, l’autorialità risiede nei performer. Si è trattato dunque, per me, di fare inizialmente un passo indietro e di abbandonare abitudini consolidate – ricambiando tra l’altro la disponibilità di Attilio Nicoli Cristiani, fondatore delle Moire assieme ad Alessandra De Santis, che aveva partecipato negli anni scorsi alla messinscena di due mie commedie, Cesso dentro e Tre, dirette da Sabrina Sinatti. E’ stato subito chiaro che non avrei prodotto testi, neppure in forma frammentaria, a partire dalle improvvisazioni generate dai quattro performer (oltre a Nicoli e De Santis, Giorgia Maretta ed Emanuele Sonzini), ma che li avrei aiutati a costruire un immaginario comune ricercando insieme a loro materiali letterari, musicali e audiovisivi intorno ai temi dell’infantilismo contemporaneo, dell’identità di genere, della rappresentazione del corpo e dei miti/prodotti della cultura di massa. E’ stata una fase di scoperte e reciproci contagi, anche sorprendenti: per esempio, mentre propagavo la mia antica passione per Gombrowicz, mi sono ritrovato a divorare massicce biografie di Michael Jackson. In un momento successivo, a ridosso dell’ultima fase di prove, ho aiutato i due co-registi e l’assistente Beatrice Sarosiek a selezionare e mettere in sequenza le partiture di azioni fisiche che costituiscono l’ossatura di Never Never Neverland. Sul piano testuale, accanto a pochi brani creati dai performer durante le improvvisazioni e opportunamente tagliati, sopravvivono, dell’enorme materiale accumulato durante la prima fase di lavoro, alcune suggestive didascalie tratte dalla versione teatrale di Peter Pan scritta da J.M. Barrie nel 1904.

Never Never Neverland – NNN

Concept e regia: Alessandra De Santis, Attilio Nicoli Cristiani
Creazione e interpretazione: Alessandra De Santis, Giorgia Maretta, Attilio Nicoli Cristiani, Emanuele Sonzini
Dramaturg: Renato Gabrielli
Assistenza al progetto: Beatrice Sarosiek
Disegno luci: Antonio Zappalà
Con il contributo: PROGETTO ÊTRE/Fondazione Cariplo, Comune di Milano – Cultura, NEXT Laboratorio delle idee per OLTRE IL PALCOSCENICO

24 settembre – 3 ottobre 2010

LachesiLab – Via Porpora 43/47, Milano

Info e prenotazioni:  028358581  info@teatrodellemoire.it

Cattivi Soggetti – Un seminario

Raffinerie Cobaiasci presenta

Cattivi Soggetti
Seminario di Drammaturgia condotto da Renato Gabrielli

2, 3 ottobre – 16, 17 ottobre – 30, 31 ottobre 2010
dalle 14 alle 18
Scorta Civica Marosi
via Villapizzone, 26 – Milano
Bus. 57 – Tram. 12 – Passante ferroviario (fermata Villapizzone)
160 euro + tessera associativa di 5 euro

In questi sei incontri, rivolti sia a professionisti che ad appassionati di teatro, esploreremo alcune tecniche di base della scrittura per la scena, concentrandoci in particolare sulla costruzione del “soggetto”. Ai partecipanti sarà proposto di sviluppare, individualmente o a piccoli gruppi, delle idee per “corti” teatrali che raccontino o rappresentino degli atti di malvagità estrema, immotivata, bizzarra o capricciosa. Daremo vita a una galleria di vittime e di “cattivi”, molto liberamente ispirandoci a prose brevi di Max Aub e di Thomas Bernhard. Questo esercizio ci consentirà di sperimentare il passaggio da un primo spunto narrativo al “soggetto” vero e proprio; e poi dal “soggetto” alla scaletta, senza trascurare la riflessione sui personaggi e sullo spazio scenico.
Per trarre il massimo profitto dal seminario, è necessario dedicare tempo alla scrittura anche a casa: dei semplici compiti verranno assegnati prima dell’inizio e dopo ciascun week-end di incontri.

Ultima data per l’iscrizione: 20 settembre. Numero partecipanti: minimo 8 – massimo 12.

Per iscriversi : cpastorinister@gmail.com o telefonare al 347 3476272

Salvemos a los niños

Va in scena oggi, nell’ambito del decimo Festival di Drammaturgia Europea di Santiago del Cile, una “lettura drammatizzata” della versione in spagnolo di Salviamo i bambini, un mio testo che, commissionato dai teatri del Premio ExtraCandoni, ha debuttato a Udine nel 2006 con la regia di Sabrina Sinatti. Vi si immagina una ricca signora italiana che si rivolge via webcam a un bambino adottato a distanza, disturbata nel suo monologo sentimentale dall’apparizione di figure grottesche che la riportano via via all’arido egoismo del suo agire quotidiano. Lo spettacolo – per usare un eufemismo – non è stato un grande successo; ripensandoci ora, credo di essermi troppo affezionato all’idea strutturale del monologo alla webcam, che, non reggendo la complessità della storia che volevo raccontare, mi ha indotto a  forzature e schematismi. Ciò succede spesso quando si costruiscono i testi su strutture in apparenza originali, ma che nel corso della stesura si rivelano rigide e riducono il margine di manovra nello sviluppo della trama e lo spazio creativo. Ma forse, chissà, il problema del Salviamo i bambini italiano non era proprio, o soltanto, quello. Mi piacerebbe assistere alla lettura curata oggi da Alejandra Moffat, perché probabilmente uno sguardo nuovo, da un paese lontano, illuminerà altri aspetti di quel lavoro. Il programma del Festival include numerose letture e mise-en-espace di autori francesi, tedeschi, svizzeri, spagnoli e italiani (oltre a Salviamo i bambini, verrà presentato Per il bene di tutti di Francesco Randazzo); di particolare interesse il versante teorico, con la lezione magistrale di Hans-Thies Lehmann e i successivi seminari.

Drammaturgia in cammino

Mentre la pedagogia teatrale ovunque si frammenta e perde senso, tra esasperato orientamento al mercato e perdita di memoria storica, Renata Molinari e Paola Bigatto si muovono controcorrente con coraggio e coerenza, guidando un complesso progetto di ricerca drammaturgica e attorale che affonda le radici in Passi, laboratorio itinerante realizzato nel 2000 lungo la via Francigena da loro stesse, insieme a otto compagne di viaggio (Ambra D’Amico, Franca Graziano, Maria Grazia Mandruzzato, Marie Bach, Angela Malfitano, Marinella Manicardi, Elena Musti e Lorenza Zambon). La memoria di quell’esperienza alimenta oggi nuove esplorazioni: una rete di spettacoli e laboratori in cui il tema del viaggio a piedi, metaforico o reale, è sottoposto a continue variazioni, in una progressiva stratificazione di reciproci rimandi. Sul versante degli spettacoli compiuti, all’”avventura iniziatica” del Dante rievocato con passione e competenza da Paola Bigatto nell’”anti-antologia” Alla ricerca della selva oscura fa da contrappeso l’avventura ben più terrestre del Ciarlatano mantovano Arturo Frizzi, dal cui diario di “scarpinante” tra Ottocento e Novecento Ambra D’Amico ha tratto, con Stefano Cattaneo e Riccardo Puerari, un lavoro ricco di suggestioni musicali e capace di farci riflettere su certi tratti in apparenza invariabili del “tipico italiano”; mentre Franca Graziano si muove sulle orme di Robert Walser in C’è solo la strada – Inno al piacere del cammino, rielaborazione ironica e pensosa della Passeggiata del grande scrittore svizzero. Sul versante dei laboratori, il nuovo viaggio della Molinari e delle sue compagne ha già toccato due tappe: Lido Adriano (Passi alle Porte d’Oriente, su invito del Cisim e del Teatro delle Albe, aprile 2010) e Pavia (Passi in una strada lunga dieci anni, Motoperpetuo, aprile/maggio 2010). Ho avuto modo di assistere a una presentazione dei materiali di questo secondo laboratorio, nella quale elementi eterogenei (esercizi, canzoni, brani di diario, osservazioni “dal vero”, versi di grandi poeti come Dino Campana e Raffaello Baldini) venivano messi in sequenza con un affascinante e preciso montaggio analogico, accompagnando lo spettatore in una sorta di impegnativo e gratificante pellegrinaggio dell’immaginazione. La terza tappa, In piedi, un passo dopo l’altro: percezioni in movimento, sotto la guida di Molinari e Bigatto, avrà luogo a metà settembre presso l’Arboreto di Mondaino (trovate qui tutte le informazioni in proposito): un’occasione di studio di rara qualità, offerta “… ad attori e drammaturghi / A chi vuole camminare / A chi ama ascoltare”.

Qualcosa di nuovo sotto il sole? (Un week-end a Santarcangelo)

Non c’è http:\\/\\/renatogabrielli.ita di nuovo, né di provocatorio o di per sé stimolante, nel mettere al centro di una performance teatrale la relazione tra attore e spettatore, dando a quest’ultimo un ruolo attivo e mettendo in gioco i confini tra realtà e finzione. Anzi, spettacoli di questo tipo occupano da tempo scaffali ben in vista nel supermercato del teatro “post-drammatico”. Io stesso, assieme a Massimiliano Speziani, mi sono cimentato di recente in una variazione sul tema. Certo: quello che conta è la qualità della relazione che si va, volta per volta, a costruire: in nome di che cosa, o per quale necessità, si chiede al pubblico di uscire dall’apparente passività di chi assiste a una rappresentazione?

Il festival di Santarcangelo di quest’anno, diretto da Enrico Casagrande dei Motus, offre in proposito svariati esempi. Ne dà conto Oliviero Ponte di Pino in un ampio reportage sul primo week-end del festival, nel quale conia l’azzeccata formula giornalistica “Teatro 2.0” per sintetizzare alcune caratteristiche comuni dei lavori da lui visti: una richiesta di partecipazione spesso ironica e auto-ironica, l’esclusione dell’interiorità e della spontaneità, l’adozione di “regole del gioco” che ricordano l’interazione nei social network, la forte integrazione delle riprese video nella costruzione drammaturgica.

E in effetti, come “spettattore” in Domini Public del catalano Rogier Bernat, sorta di sondaggio/gioco di ruolo in piazza Ganganelli, mi sono sentito chiamato in causa allo stesso livello di quando partecipo a una discussione su Facebook: superficiale. Ma era l’evento teatrale in sé a essere superficiale, o voleva renderci piuttosto consapevoli della superficialità con cui comunichiamo e ridefiniamo le nostre identità? E non ne eravamo già consapevoli, di questa superficialità, senza bisogno di assistere all’evento? C’è una figura professionale delegata a rispondere a queste due domande, peraltro ricorrenti di fronte a tanta arte contemporanea di stampo concettuale: il critico. Ecco, la mia impressione è che molto del Teatro 2.0 abbia in mente il critico come spettatore ideale; ciò accade soprattutto dove più è marcato l’intellettualismo, come nel criptico e visualmente elegante Enimirc di Fagarazzi & Zuffellato (che purtroppo non ho capito, ma posso rimandarvi all’ottima recensione di Renato Palazzi, qui).

In entrambi gli spettacoli di cui sopra, stilisticamente assai diversi tra loro, ho ritrovato sequenze di domande pseudo-imbarazzanti rivolte al pubblico e dei video di chiusura che ribaltano la prospettiva e offrono occasioni di riflessione. Del resto, quando si esce dalle convenzioni del vecchio teatro di rappresentazione, che sono potenzialmente infinite, si finisce in campi fatalmente più ristretti, dato che la ricerca di un rapporto diretto – più o meno consapevolmente illusorio – con il pubblico, riduce la gamma delle variabili drammaturgiche a disposizione. Ne dà testimonianza la parabola del cosiddetto teatro di narrazione, che dopo i primi anni di prepotente innovazione si è avvitato nella riproposizione estenuata degli stessi schemi formali.

Tornando a Santarcangelo, da spettatore con tre sole “t” ho visto, oltre a una curiosa riscrittura di Hedda Gabler a opera del regista/drammaturgo argentino Daniel Veronese, l’urticante work-in-progress di Babilonia Teatri, This Is the End, My Only Friend, the End, che prende di petto il linguaggio mediatico sulla morte con un’aggressività perentoria e meglio articolata sul piano testuale che su quello dello stile performativo. Urge per questo gruppo, credo, trovare delle alternative alla scansione frontale cantilenante delle sue pregevoli e incisive partiture verbali. Insomma, pur senza suscitare entusiasmo o indignazione (merci rare, del resto, di questi tempi), il week-end a Santarcangelo mi ha dato ottimi spunti di ripensamento sul perché e il come facciamo teatro; e di ciò va dato merito a chi l’ha programmato.

Appunti di lettura – La tv che non c’è

Ho conosciuto Gilberto Squizzato, giornalista, autore e regista televisivo, nove anni fa, quando mi ha chiamato a collaborare alla sceneggiatura della serie La città infinita. Non mi ci è voluto molto per capire di essere capitato in una situazione felicemente anomala. Per aiutarlo a descrivere l’evoluzione di Milano (la “città infinita” del titolo) all’alba del nuovo millennio, Squizzato aveva voluto un drammaturgo milanese alle prime armi televisive, piuttosto che gli sceneggiatori navigati che gli suggerivano dall’alto. Non mi stava facendo un favore personale, dato che non ci conoscevamo, ma semplicemente applicava uno dei principi del suo lavoro: offrire opportunità al più ampio numero possibile di artisti e tecnici legati al “territorio”. Uomo di onestà intellettuale pari solo alla caparbietà, già allora Squizzato navigava controcorrente nel mare magnum della Rai. Valorizzava le maestranze interne, contro la tendenza ormai già consolidata ad appaltare a società esterne le principali produzioni; raccontava Milano e la Lombardia in docu-fiction a basso costo, mentre il federalismo televisivo sbandierato dai politici rimaneva mera chiacchiera, in un’azienda sempre più romano-centrica; non traduceva il suo impegno di sinistra nell’appartenenza a cordate di potere e quote protette.
Dal 2005, dopo aver realizzato tredici serie televisive, alcune delle quali premiate con importanti riconoscimenti, Squizzato, non trovando più spazio nella Rai della fiction nazional-popolare, è tornato a fare il giornalista a tempo pieno. Va dunque a suo onore che in questo libro lucido e avvincente (La tv che non c’è – Come e perché riformare la Rai, edito da minimum fax) eviti l’auto-commiserazione e i toni apocalittici, inquadrando invece la propria vicenda professionale nell’ambito di una ricostruzione storica complessiva, dura nella denuncia del malcostume ma aperta alla speranza e alla proposta.
Mi hanno colpito in particolare la ferma convinzione di Squizzato – vero cardine di tutte le sue argomentazioni – che la Rai debba e possa realizzare la sua vocazione mai compiuta di “servizio pubblico”; e la fiducia che un nuovo sistema di regole (la “riforma” da lui a grandi linee tracciata nella seconda parte del libro) possa in effetti incidere su un sistema di connivenze e favoritismi che proprio sull’aggiramento delle regole si basa e prospera. A ben vedere, anche noi teatranti, alle prese con i selvaggi tagli di fondi alla cultura, ci ritroviamo a difendere un teatro pubblico che pubblico fino in fondo non è mai stato; e a doverci immaginare un futuro di regole condivise, in controluce a un presente di confusione normativa, ribellismo retorico e asservimento alla bassa politica.
Quel che ci ricorda questo libro è l’importanza del linguaggio. Non approfondisco qui i contenuti della riforma proposta da Squizzato, anche perché la mia competenza nel settore è limitata; ma osservo che è scritta in buon italiano, comprensibile, coerente, realistica e razionalmente motivata – e già questo è un bell’opporsi alla neo-non-lingua criptica, vaga e sgrammaticata che il potere spesso ci infligge nelle sue leggi e regolamenti. Più i tempi si fanno oscuri, più il semplice parlar chiaro assume il peso e valore di un’azione.

Questi amati orrori – In scena

Grazie a chi ha assistito alle prove aperte della settimana scorsa. La vostra presenza, le vostre impressioni e i vostri suggerimenti ci sono stati molto utili.
Questi amati orrori, dopo una prova generale aperta giovedì 17, andrà in scena venerdì 18 e sabato 19 alle ore 21.45 nell’ambito della rassegna “Da vicino nessuno è normale”.
Si consiglia la prenotazione (allo 0266200646 o a olinda@olinda.org). Il consiglio vale anche e soprattutto per un certo signore anarco-borghese, di cui non farò qui il nome per carità di patria e famiglia.

Questi amati orrori – Prove aperte

Gabrielli/Speziani e Olinda
QUESTI AMATI ORRORI
Anti-monologo per attore solo
di Renato Gabrielli
regia e interpretazione Massimiliano Speziani
spazio scenico e luci Luigi Mattiazzi

L’8 il 9 e il 10 Giugno Prove aperte
al Teatro La Cucina
Ass. Olinda ex Ospedale Psichiatrico P.Pini
Via Ippocrate, 45

Cari amici, conoscenti e colleghi,
Vorremmo invitarvi a tre serate di prove aperte – l’8, il 9 e il 10 giugno – dell’anti-monologo Questi amati orrori, che andrà in scena al Teatro La Cucina il 18 e 19 giugno.

Si tratta di un lavoro autoprodotto, con il prezioso e indispensabile sostegno di Olinda, che ci ha ospitato in successivi periodi di residenza, concedendoci il lusso di creare questa partitura teatrale da zero, in un ambiente protetto, attento e fiducioso. Tra il settembre 2009 e questo giugno ci siamo ritrovati più volte nel spazio del Teatro La Cucina, suggestivo e accogliente nella sua umida austerità, per dare forma – in un continuo rimando tra improvvisazione scenica e scrittura – a quello che ci piace definire “anti-monologo per attore solo”. Se nel monologo infatti, c’è uno che parla, qui invece chi parla è un “lui” privo d’identità, ma pronto ad assorbirne molte: non un personaggio, dunque

In effetti, Questi amati orrori non ha personaggi, ma promette apparizioni; non ha trama, ma vuole senso; non ha scena, ma si fa spazio; non ha budget, ma vanta una ricchezza. Non rappresenta http:\\/\\/renatogabrielli.ita, però cerca di far accadere qualcosa, e per questo ha bisogno della presenza attiva del pubblico. E’ solo grazie a tale presenza che il nostro “lui” può evocare frammenti di vita, ricordati o immaginati, che potrebbero appartenere a chiunque. Questi frammenti scaturiscono da figure bifronti, ectoplasmi tenuti assieme dal desiderio e che svaniscono in un soffio d’abbandono: una madre e il suo bambino; un cane e il suo padrone; una coppia di amanti; un dottore e il suo paziente; un attore e chi lo osserva…

“Ogni volta che vi parlo, ogni volta che vi guardo, ogni volta che vi sto di fronte è come essere un morto tra i vivi
Un vivo tra i morti
E’ la stessa emozione, la stessa distanza, che non si può colmare, e dunque
Ma cosa stavo dicendo?”

Misteriosamente apparso sulla soglia dello spazio scenico, “lui” alla fine ne uscirà, tornando da dove è venuto – un aldilà minaccioso e seducente, lontano e vicino al tempo stesso –, non senza aver condiviso con il pubblico un’ora di rapsodiche, emozionanti avventure tra gli “amati orrori” della memoria e del sogno.

È richiesta la PRENOTAZIONE chiamare al numero: 02 66200646 o scrivere a olinda@olinda.org
Per la pagina su Facebook, cliccare qui.

Suicidi mancati a Piacenza

Dopo cinque incontri a cadenza mensile, si è concluso domenica scorsa il mio stage di drammaturgia a Piacenza per l’Officina Teatro Manicomics, dedicato alla scrittura comica, a partire dall’analisi della magnifica, sulfurea farsa di Nikolaj Erdman, Il suicida. Scritta nel 1928 e subito censurata dal regime stalinista, la storia del fanhttp:\\/\\/renatogabrielli.itone Semjon e del suo suicidio mancato, ma “sponsorizzato” da una risma di cialtroni ciascuno dei quali vuole trasformarlo in sacrificio per la propria causa, risuona oggi lontana e familiare al tempo stesso. Mentre l’ampio gruppo del laboratorio di recitazione, guidato da Allegra Spernanzoni, si è cimentato direttamente con la scrittura di Erdman (la presentazione del suo lavoro è prevista il 20 giugno), una dozzina di valenti drammaturghi s’impegnavano a inventare nuove scene – come delle germinazioni a margine della trama principale, in cui spesso personaggi marginali nel Suicidio originale assumevano vita autonoma e pieno spessore. Un esperimento riuscito, che ci ha lasciato il desiderio di consolidare il gruppo di lavoro durante la prossima stagione teatrale, con l’obiettivo di una prima presentazione al pubblico dei materiali da noi prodotti.

Famiglie in commedia

La materia non è nuova, e dunque ben s’adatta al genere della commedia: l’intramontabile Famiglia italiana, agglutinata come sempre, ma con un sovrappiù di disperata impotenza, intorno alla Madre. Quasi a far da contrappunto all’agrodolce Happy Family di Alessandro Genovesi, romanzo teatrale di grande successo che ora torna all’Elfo dopo l’adattamento cinematografico curato da Salvatores, nell’agro-e-basta Fine famiglia di Magda Barile (in scena al Pim di Milano fino a lunedì 10) un classico quartetto di madre-padre-figlio-figlia sciorina il suo allucinato repertorio di reciproche perfidie e ostinate auto-commiserazioni. Ne è pretesto una festa natalizia che vorrebbe essere anche una festa d’addio; vorrebbe, ma non può – perché al potere glicemico della Madre, rappresentato dalla sua fatale Torta, nessuno sfugge. Come in altri testi di Magda (Lait, Piombo), però, non è la trama a contare davvero: data la cornice di una situazione paradossale, si attraversano una serie di variazioni sul tema, con un andamento più musicale che narrativo. I suoi personaggi sono silhouette il cui contorno è definito da ossessioni pseudo-erotiche, ghiribizzi nevrotici, comiche fobie; spesso capaci, nel contorcersi e frantumarsi di un linguaggio solo in apparenza quotidiano, d’illuminare con squarci di improvvisa consapevolezza il proprio stesso vuoto. Queste delicate partiture verbali lasciano ai registi che le mettono in scena un’impegnativa libertà. Qui Aldo Cassano di Animanera si muove con intelligenza tra suggestioni di sapore buñueliano e trovate pop, ben supportato nel suo disegno dagli ottimi Matteo Barbè, Natascia Curci, Nicola Stravalaci e Debora Zuin. Uno spettacolo, a suo modo, edificante. Una piccola vendetta italiana contro la Famiglia, che ovviamente ne uscirà più forte di prima – fino alla prossima commedia.

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