Lucido

Il giovane e fragilissimo paziente di uno psicanalista che, per motivi misteriosi, ama farsi chiamare come un calciatore dell’Inter. Sua sorella, che da piccola gli ha donato un rene e torna a casa dopo molti anni, forse in cerca di un risarcimento. La loro madre, ciarliera, morbosa e comicamente impotente a gestire le conseguenze della romanzesca sventura che si è abbattuta sulla sua famiglia. Il nuovo amico della madre, concentrato sghembo e improbabile di virilità, “appassionato di sport individuali”, in primis il tennis, che ricompare sotto forma di cameriere nei “sogni lucidi” del giovane.

Leggendo i principali elementi dell’intricata trama di Lucido di Rafael Spregelburd – drammaturgo argentino noto da noi per Bizarra, “teatronovela” presentata al Napoli Teatro Festival, e per l’Eptalogia di Hieronymus Bosch pubblicata da Ubulibri – si potrebbe supporre di trovarsi di fronte a una tragi-commedia alla Almodóvar, o a una nuova incarnazione dell’abusato “realismo magico”. Nulla di tutto ciò, per fortuna. Il contrappunto tra l’intensità melodrammatica della storia e la deformazione onirica che sostiene le ridicole ossessioni dei personaggi non ha uno scopo parodistico, né quello di indurci a una partecipazione sentimentale. La scrittura di Spregelburd, che in ogni momento denuncia il proprio carattere finzionale, artificiale, affronta la sfida di rendere credibile teatralmente e vivo ciò che sarebbe incredibile sul piano della percezione quotidiana della realtà. L’effetto, per il lettore e lo spettatore, è quello di rispecchiarsi a pezzi, per quello che oggi è possibile, senza consolazioni.

Lucido è anche una commedia assai divertente e ben congegnata. Il torto peggiore che le si potrebbe fare è una regia: sovrapporre cioè uno strato intellettualistico a un testo che contiene già in sé una dimensione critica, trasformata in gioco teatrale. La compagnia Costanzo/Rustioni – in scena al Teatro ì di Milano fino al 13 marzo – si muove in direzione opposta, e gliene siamo grati. I quattro ottimi interpreti (Milena Costanzo, Antonio Gargiulo, Roberto Rustioni, Maria Vittoria Scarlattei) ci accompagnano anche nei passaggi più ardui e ambigui del percorso drammaturgico con leggerezza e precisione, senza mai cedere alla tentazione di caratterizzare i personaggi in chiave grottesca, o di sfruttare facili effetti comici. In questo loro spettacolo, “povero” dal punto di vista produttivo ed elementare nell’allestimento scenografico, si possono ammirare alcune ricchezze tipiche del buon artigianato teatrale: la comicità ottenuta per sottrazione; un senso del ritmo che non è mai fretta; la capacità di trarre il molto dal poco nell’economia dell’azione scenica. Merce fuori moda, e dunque da acquistare di corsa.

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