A margine del MayDay

L’incompatibilità fisica con la musica techno e una sostanziale rassegnazione all’instabilità lavorativa che, bene o male, ho scelto a suo tempo assieme alla professione, mi avevano sempre tenuto lontano dalla sfilata milanese del MayDay, alternativa radicale e disturbante, sotto l’egida di San Precario, alle celebrazioni ufficiali del Primo Maggio. Ieri, a sostegno dei colleghi di 0.3 Sogno e degli altri lavoratori del teatro che hanno, con impegno e fantasia, allestito un camion in testa al corteo, ci sono andato – e (sofferenza acustica a parte) ho trovato l’esperienza di grande interesse. Al di là dei riferimenti ideologici dei vari gruppi in sfilata, quel che emergeva con forza era la necessità – per gli esclusi dalle residue garanzie di welfare e corporative della società dello spettacolo – di autorappresentarsi, a loro volta, in uno spettacolo: i carri a tema, i travestimenti, la musica a palla, la birra a fiumi. Uno spettacolo diverso dallo show nazional-popolare di Piazza S.Giovanni. Una parata dionisiaca, vibrante e cupa. Sepolta la lotta di classe, i nuovi conflitti si sviluppano lungo la linea frastagliata che separa i salvati dai sommersi. C’era tanta gente al MayDay di quest’anno; tutto lascia supporre che nel 2011 ne arrivi ancora di più. Vorrei esserne contento. Ma non sono sicuro che sarà un buon segno.

Di seguito, riporto il testo del volantino distribuito ieri dai teatranti:

Oggi prendiamo la parola con l’identità che spesso non ci viene riconosciuta: quella di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo. Lavoratrici e lavoratori atipici.
L’articolo 4 della nostra Costituzione recita:
“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo la propria possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società.”
Allora perché questo articolo è sempre più disatteso?
Il lavoro non è un privilegio, è un diritto.
Negli ultimi 15 anni tutti i governi hanno progressivamente tagliato i fondi per la cultura e lo spettacolo, smembrando un tessuto lavorativo e occupazionale importante che comprende più di 200.000 lavoratori.

La cultura non soltanto produce ricchezza e lavoro: è patrimonio collettivo e insieme investimento per il futuro, soprattutto in tempi di crisi. L’accesso alla cultura e al sapere è un diritto inalienabile del cittadino.
(I continui tagli al F.U.S. – il Fondo Unico per lo Spettacolo – hanno messo in ginocchio teatri pubblici e privati, produzioni cinematografiche, piccole compagnie.)
La nostra Nazione investe in cultura meno del 0,3% del PIL. Una delle ultima posizioni tra i paesi europei.

Mimi e attori, registi e sarte teatrali, musicisti, figuranti, tecnici e cantanti, hanno deciso di auto rappresentarsi insieme in questa May Day 2010. Un’alleanza fruttuosa, creativa e dinamica. Che comincia oggi, con questo carro, ma si propone di continuare.

Come lavoratori dello spettacolo chiediamo che ci venga riconosciuta una dignità attraverso adeguate garanzie sociali, che vengano adottate efficaci misure di sostegno al reddito per una professione che ha una natura intermittente e precaria, che si seguano le indicazioni dell’UNESCO per la tutela degli artisti dal vivo e delle loro opere, che si approvi una Legge per lo spettacolo dal vivo in grado di tutelare tutto il settore e non solo gli interessi imprenditoriali, di ottenere nuove tavole rotonde, con tutti gli organismi preposti, sulla Legge Quadro e infine che il Decreto legge delle Fondazioni Liriche Sinfoniche non sia approvato in quanto favorisce una condizione di precarietà.
La cultura è un investimento, non uno spreco. Occorrono riforme del finanziamento pubblico che si basino su criteri di trasparenza, sulla valorizzazione delle competenze e dei saperi e che riconoscano l’importanza delle tante realtà artistiche indipendenti. È tempo di un ricambio generazionale. É tempo di partecipare, di immaginare; è tempo di scegliere. Vi chiediamo di pensare a questa battaglia come a una vostra battaglia.

    • ilpontecircolarechetiriportaindietro
    • May 8th, 2010

    dio santo no . non è un buon segno.
    io ero là.
    e una voce si alzata in me…
    la voce diceva:
    “te lo meriti il precariato”.
    “tu tu e tu te lo meriti.”

    ma forse un grazie particolare va all’amministrazione di questa città
    che consente questo genere di manifestazioni :

    in pieno centro si riversa una massa di Ggiovani
    i Ggiovani precari in questione arrivano
    si strafanno sin dalle 4
    cagano là dove ballano ( purtroppo è vero non è un eufemismo)
    ballano
    si strafanno di nuovo ( assenti totalmente i poliziotti quando ormai a milano se vuoi manifestare per la festa dei sorrisi ne arrivano a frotte)
    e poi
    colpo di genio!
    tornano a casa tutti in massa in macchina
    perchè è il primo Maggio
    e allora i mezzi sono fermi
    metro e tram non vanno
    e nessuno ha pensato ad una navetta ( una toh!)

    questo primo Maggio mentre al may day si mischiava l’orda della prima movida primaverile della milano da bere
    scontrandosi gli uni contro gli altri nelle loro smart
    ho proprio pensato
    ma cosa vuoi che cresca da tutto questo?

    C.

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