Cronache di quel che verrà dopo / 8

La nuova macchina per dire addio

[Presentazione]

Ti stupirà: non è come le altre. Non ti abbandona nel mezzo di certe situazioni. La sua mano amica non si raffredda all’improvviso contraendosi attorno a un polso che batte sempre più piano, esile, amato troppo. All’impressionante realismo si unisce un’affidabilità a prova di bomba: in altre parole questa macchina non conosce la parola guasto, non sa cos’è un errore, ha sempre il tono giusto, quella sfumatura nella voce; è morbido il gesto, non c’è più quel movimento brusco che rivela l’artificio, il meccanismo, l’anima di metallo nelle ossa. E non ti fa perdere tempo in interminabili istruzioni, sa già come fare o non fare, come parlare o tacere. In questa città c’è poco tempo, lo spazio si stringe intorno al cuore indaffarato. Per fortuna la compassione, tecnologia che si perfeziona, ti guarda attraverso i suoi occhi inumiditi nell’antica misura umana.

[Caratteristiche tecniche]

Una cosa soltanto sa fare, ma in infinite modalità: questa macchina dice addio al tuo posto, oppure a te; si mimetizza, assume forma di madre figlio fratello amica amante marito o cane, purché benvoluto, forma di nube giardino giocattolo foto incorniciata, di ricordo immateriale inciso nella carne, d’idea astratta che ha appena smesso di bruciare, e quella forma assorbe al novantaquattro punto cinque per cento il dolore il lutto la rabbia l’angoscia la nostalgia. La musica è finita, s’allontana tra la folla la tua compagna o il tuo compagno e a te rimane tra le dita, per così dire sull’epidermide, o magari nel taschino della camicia quel cinque punto cinque per cento, così sottile e sfarinato che non è più dolore – un senso semmai di radicata transitorietà, di leggera morte, morte a dieta, mentre disbrighi le faccende sempre nuove e un’altra musica altrove è ripartita.

Davvero speciale è la garanzia senza limiti di tempo. Questa macchina, parliamoci chiaro, ti sopravvive ti gestisce anche il funerale, t’impersona da fantasma, non lascia nulla al caso, al misticismo alla fantasia, ti dà sicurezza in formato famiglia, per tante generazioni quante la tua mente possa concepire.

Resiste agli urti, assicurata contro i furti, impermeabile infrangibile inossidabile, silenziosa dentro, non ha bisogno di batterie pulizie ricarica manutenzione, e nemmeno dei tuoi comandi: comincia a funzionare già prima dell’acquisto, esce di notte dal suo robusto imballaggio e ti rimpiazza nei sogni.

[Memoria]

Sta tutta dentro un chip (si dice così? sì, probabilmente sì, non stiamo a sottilizzare) di proporzioni infinitesimali, è incredibile quanta roba si possa stipare lì dentro, quel che hai cercato di dimenticare o ricordavi a modo tuo è conservato al sicuro, registrato con precisione spietata e tridimensionale, multisensoriale nei recessi di quella scheggia di metallo – ogni immagine, suono, odore, sapore, sensazione di contatto pronti a essere richiamati in servizio da un punto qualunque della trascorsa trama, obbedendo alla logica provvidenziale di un algoritmo.

Mantenersi un io è una fatica micidiale, di questi tempi davvero eccessiva per dei corpi umani.

A cosa servono i ricordi, se tutto è già perduto da sempre?

Una macchina vi porterà i miei saluti. Io immergo la faccia nell’oblio delle mie mani. Fa molto buio.

[Tu che ne farai senza]

E’ un tuo diritto, ci mancherebbe altro, ma poi non dire che nessuno ti ha informato sui rischi, o meglio sulle certezze del mancato acquisto: per un risibile risparmio e l’assurda fierezza del dire addio in prima persona, carne tendini arterie esposti a un vento gelido tagliente. Senza la macchina ogni distanza brucia prima durante e dopo l’essersi aperta e sempre si aprono distanze, naturalmente come respirando, non ti basterà la pelle per farci stare una dopo l’altra le ustioni le cicatrici le nere scritte oscene sovrapposte, vergate a turno da divinità ostili. Senza la macchina diventerai protagonista lucido e cosciente in pieno giorno dell’incubo di qualcun altro, la faccia sfigurata, le orbite degli occhi luccicanti in fondo del diamante incastonato di una solitudine senza rimedio, senza consolazione. Senza la macchina porgi l’ultima tazza di tè, accosti una tenda per un’ultima volta e non puoi farci niente, non puoi farci niente, ti volti a riguardare la sequenza di un bacio tagliata e ri – montata così spesso, così spesso che la pellicola si dissolve nel nero o nel bianco dell’irrealtà. Puoi fare a meno della macchina. Sappi soltanto che ogni ferita non sarà una metafora, ma sangue vero squarcio interminabile e cieco, flusso d’orrore in cui annasperai senza annegare – e  poi decidi liberamente, consapevole che viviamo in un paese disperato ma benedetto da un’assoluta libertà d’acquisto.

[Offerta speciale]

Dal cinquanta al settanta per cento di sconto, dipende dal modello, ma soltanto fino a domenica, questa o la prossima o quella dopo, spedizione e montaggio inclusi nel prezzo, il pagamento in comode rate perpetue, devi soltanto aspettare la consegna a domicilio e il prodotto è già comparso, ne avverti la presenza al tuo fianco mentre sfiori con tre polpastrelli il vetro di una finestra che guarda sulla tua città mentre si decompone pezzo a pezzo, strada per strada, casa per casa, automobile da pedone, ogni pedone nelle sue parti, meccaniche e distanti, le piazze i parchi i lungomare, un caffè d’angolo separato dal fresco autunnale di quando c’eri stato; il volo di un uccello qualunque taglia il quadro e la sua scia immaginaria permane – tu accarezzi il cielo nel punto esatto in cui si è incrinato, ben sapendo che non si può, non si può guarire.

Ma la macchina ha già preso il ritmo del tuo respiro, il suo similcuore ha imparato i passi del balletto improvvisato delle tue aritmie; ritrai le dita dal vetro della finestra,  lo sguardo lacerato dalla tua città, non c’è problema, la sua voce nel tuo cranio collegata senza fili ripete che adesso ti puoi rilassare, goderti finalmente la vita in sicurezza e lo spettacolo degli altri elettrodomestici, non c’è problema, e non ci saranno più problemi dentro al futuro smisurato.

 

 

 

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