La cultura in trappola

Non pericolosa quanto l’eroismo vero e proprio, la sensazione di essere eroici, o di poterlo, o di doverlo ben presto essere presenta dei ragguardevoli rischi. Li avverto in me stesso come esponente di quella parte di classe media riflessiva che direttamente s’impegna nelle cosiddette professioni culturali. Il discorso comune descrive la cultura come intrappolata in un paradosso: da una parte è sotto attacco da parte dei nuovi populismi di destra, svuotata di significato e risorse pubblici, asservita dal dilagare del precariato alla ricerca istantanea del consenso e della fama; dall’altra parte è chiamata a supplire alla mancanza di presa sulla realtà di quella che fu la politica progressista, prendendone (eroicamente?) il posto. Nel ritorno confuso di fantasmi degli anni trenta del secolo scorso cui assistiamo tra indignazione e sgomento, ciò che di sicuro non si ripresenta sono le vere divisioni ideologiche. La linea di confine lungo la quale si accende il conflitto, la scissione irrevocabile tra “noi” e “loro”, si è spostata da un’altra parte, in territorio etico, quasi antropologico.

Populisti contro globalisti. Contado contro città. Plebaglia (talvolta molto ricca) contro patriziato intellettuale (talvolta molto povero). Ignoranza contro cultura (tutta la cultura, tutta dalla stessa parte). Con queste schematiche contrapposizioni riassumo rozzamente una “narrazione” diffusa e troppo comoda per essere veritiera. Sì, perché fa comodo, da un lato della barricata, in mancanza del vecchio pericolo rosso, additare come nemico l’élite radical chic; ed è altrettanto comodo, dalla parte opposta, sentirsi paladini di valori etici e culturali di portata universale, che però non si riesce a mettere in efficace relazione con un contesto socio-economico contrassegnato da brutali rapporti di forza. Certo, c’è qui un problema di rappresentanza politica. Ma la cronica inadeguatezza dei politici di sinistra e centrosinistra a soddisfare financo le minime aspettative del loro elettorato non può essere dovuta soltanto agli evidenti limiti personali di gran parte di loro. Piuttosto, dev’essere  maledettamente difficile incidere in maniera significativa in un meccanismo su cui non si ha alcun controllo, oltretutto in assenza di una visione e di una strategia complessive. E credo che lo sia anche per i politici di destra. La battaglia culturale – pro o contro la cultura – è allora quello che ci resta. Per coltivare almeno l’illusione di farla, una battaglia.

Dietro la cortina di fumo di questo conflitto tra impotenti, intravedo però un terreno comune – ed proprio questo terreno che bisognerebbe minare, far saltare in aria: questa sì che sarebbe un’impresa culturale. Mi riferisco alla fede contemporanea, diffusa negli ambienti più disparati, nel potere delle narrazioni, che proliferano a ogni livello, spesso obliterando lo spirito critico nel nome di una identificazione emotiva manipolata. Un potere che non metto in discussione, ma che trovo, in generale, pericoloso. Del resto – ci mancherebbe altro – io le amo, le narrazioni. Ci lavoro pure; in un certo senso, ci campo. Amo anche il buon vino, ma senza qualche ora di sobrietà al giorno temo che la mia visione della realtà che mi circonda sarebbe alquanto appannata… Ecco, questa proliferazione di storie, grandi e soprattutto piccole, nella quotidianità virtuale e non solo di un cittadino piccolo-medio-borghese come me ha un effetto, direi, stupefacente. Forse, a volte, consolatorio. Forse fa dimenticare, a tratti, la cruda percezione della propria sostanziale irrilevanza, del vuoto mortale intorno a cui è cucito il proprio brandello d’identità.

Non intendo, con quanto scritto sopra, mettere tutto e tutti sullo stesso piano. Indubbiamente l’attacco alle libertà e ai diritti civili, sempre più intenso anche in Italia, impone di schierarsi senza ambiguità in loro difesa; e ciò a prescindere dal fatto che si eserciti o meno una cosiddetta professione culturale. E produrre lavoro artistico politicamente impegnato è cosa del tutto legittima, in molti casi necessaria. Questo è un invito, rivolto innanzitutto a me stesso, a non cadere nella trappola d’inebriarsi fino a pensare che ciò basti, che sia tutto qui. Se si vuole attraversare questa trasformazione epocale non da ciechi, perlomeno distinguendo il contorno di qualche ombra, è necessario esercitare con umiltà un’incessante inimicizia con ogni forma di retorica, una vigilanza arcigna contro il compiacimento per le proprie buone intenzioni. Nessuna narrazione è affidabile, mai – né compiuta, anche e soprattutto se lo vuole sembrare. Ma proprio nelle sue falle – menzogne, omissioni, contraddizioni, vuoti che si aprono come ferite – si può trovare lo spazio, poetico e critico, per toccare qualcosa che duole perché è ancora, malgrado tutto, vivo.

 

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