Elogio dell’incoerenza: Nori, Saviano e gli altri

Il berlusconismo, per me, non esiste. Esiste l’enorme potere personale di un uomo spregiudicato e carismatico, abilissimo nel cogliere e manipolare le pulsioni irrazionali delle masse; un potere mai intaccato, nei fatti, da coloro cui abbiamo delegato, con il voto, il compito di contrastarlo. Dal punto di vista ideologico: zero assoluto. E anche l’anti-berlusconismo, di riflesso, non esiste, se non come astratto contenitore di eterogenee buone intenzioni. Negli ambienti culturali dirsi contro Berlusconi è stata, finora, la norma, confermata da folkloristiche eccezioni; ha costituito, direi, un collante superficiale, di grande conforto in una fase di dissoluzione avanzata dei riferimenti ideali. Poteva anche essere un buon affare, in termini di visibilità e lustro d’immagine. Da marginale drammaturgo, non ho mai ricevuto in vent’anni di carriera le richieste d’intervista del solo giorno in cui un istituto di cultura in Germania ha cercato di censurare la mia commedia Giudici. Era il 2002. Anche negli anni successivi, manifestare il dissenso in teatro, al cinema, nei libri o sui giornali (parzialmente diverso il discorso per la televisione) non ha comportato sacrifici eroici e talora ha fruttato buoni dividendi. Nel frattempo, come magnate multi-mediale (Mediaset, Mondadori, Medusa e quant’altro), Berlusconi ha continuato a dare lavoro a centinaia di suoi strenui oppositori intellettuali, che a loro volta contribuiscono al suo prestigio e alla sua ricchezza. Questa interessante contraddizione è da lunga pezza sotto gli occhi di tutti, ma solo ultimamente si sono infittite in merito le polemiche, sulle pagine culturali di alcuni quotidiani e sui blog letterari. E’ stato suggerito (per esempio qui) a Roberto Saviano e ad altri scrittori illustri che pubblicano da Mondadori di trarre le conseguenze dal loro dissenso con la politica del governo, cambiando editore. Uno scrittore “di sinistra”, Paolo Nori, ha accettato di collaborare con Libero, quotidiano che non appartiene al premier ma che certo lo sostiene con enfasi; di qui, la vigorosa polemica avviata da Andrea Cortellessa, che prosegue sul manifesto. Su Nazione Indiana, la editor Helena Janeczek ha esposto i motivi della sua sofferta scelta di continuare a lavorare per la Mondadori, suscitando un lungo thread di commenti spesso ingenerosi. I tre “casi”, molto diversi tra loro, mettono in luce la difficoltà di definire dei criteri di coerenza in un sistema di comunicazione che è imbevuto di paradossi. Saviano forse tradisce le sue idee se resta da Mondadori; ma è proprio Mondadori che ha reso possibile la diffusione delle sue idee, creando intorno al suo talento un caso editoriale. La polemica Cortellessa-Nori fa da grancassa alla collaborazione di quest’ultimo con Libero, che francamente trovo poco rilevante. La Janeczek evidenzia come all’interno del colosso editoriale di Segrate le sia ancora garantita la libertà di lavorare con serietà e secondo coscienza; giunge quasi ad augurarsi, in chiusura del suo illuminante intervento, che siano “loro” a additarle l’uscita, o che le rendano chiara una richiesta di sottomissione e fedeltà al padrone, inducendola all’abbandono. Ma questo non accadrà – o almeno così mi auguro, perché una simile semplificazione delle opzioni morali avverrebbe sullo sfondo di un Paese divenuto ancora più barbaro. Troppo semplice a dirsi, ma la realtà è complessa. L’incoerenza, se cosciente e praticata alla luce del sole, è una virtù. E’ nello spazio irriducibile tra parola e gesto, pensiero e azione, ideali e interessi, che un essere umano soppesa la propria imperfezione e trova gli strumenti per interpretare i mutamenti dell’ambiente che lo circonda. Per quel che mi riguarda, penso che queste vicende gettino luce su un errore di prospettiva che è stato anche mio: identificare il vuoto guscio concettuale del berlusconismo con il dominio del mercato e dello Spettacolo sulla cultura. Tale dominio pervasivo trova i suoi interpreti – l’abbiamo visto, ma non abbiamo voluto vederlo – anche ben lontano dall’inviso Capo, nei territori della cosiddetta sinistra. E così, grazie alla micidiale ironia della Storia, sulle scene di bagarre tra coerenti e incoerenti, scrittori di lotta e di governo, liberisti e manifestanti, aleggia, ignorato dai protagonisti, il fantasma – quello sì, berlusconiano – della réclame.

    • ferdy
    • January 29th, 2010

    Parole misurate e che richiamano ad una sospensione del giudizio e ad una riflessione “silenziosa” prima di gettarsi in una presa di posizione
    Giudizio che invece scatta come un riflesso condizionato, una molla contro il male, il presunto berlusconismo, che stranamente ci fa sentire migliori ma non ci fa vedere che in realtà siamo naufragati in un mare senza regole. Dove l’opportunità diventa opportunismo se non c’è presa di coscienza.
    grazie
    ferdy

  1. L’articolo è interessante,raffinato, ma sostanzialmente son cose sempre successe dappertutto ed in ogni tempo.Ora,dato che alcuni scrittori”eretici” non si attengono ad una presunta e grottesca coerenza,diventano un fatto sociologico della pervasività del berlusconismo.Via,non facciamo tempeste in un bicchier d’acqua!
    Il fatto poi di sentirsi migliori,è ancora un altro luogo comune,presente e presunto da una certa parte anche quando berlusconi non c’era.(per ferdy).
    .
    johnny doe

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